La neve di Quesne. Tratto da Cultweek.

ottobre 5, 2018 0 Di Redazione

Philippe Quesne, artista di culto del teatro contemporaneo francese e internazionale, inaugura la terza stagione di Triennale – Teatro dell’Arte con La Mélancolie des dragons: lirismo ambiguo di un universo straordinario…

Di bianco c’è la neve. Un luogo innevato, forse un bosco, forse un parco a tema. Un luogo incantato come quello dell’immaginazione. Come un palcoscenico di un teatro che può essere trasformato e lasciar spazio alle immagini della mente di artisti visionari. Ad inaugurare la terza stagione di Triennale Teatro dell’Arte sarà lo spettacolo La Mélancolie des Dragons di Philippe Quesne, artista visivo di fama internazionale e fondatore della compagnia Vivarium Studio. Un ritorno della produzione del regista francese dalle parti di viale Alemagna, dopo il debutto dello spettacolo L’effet de Serge presentato a marzo in occasione della prima edizione del festival FOG.

Per impressione viene da ricordare la traduzione dall’inglese di una parola come nebbia. A riecheggiare l’idea di un mondo a tratti nebuloso e oscuro come, diciamolo, può essere a volte il mondo dell’arte contemporanea. Scighera, si asserirebbe con un’espressione vernacolare, qui, a Milano. Che sia fitta o leggera – poco importa – resta a significare quell’alone di umidità che scende ad incorniciare di mistero e fascino poetico la città. Quella stessa suggestione di foschia che ricrea Quesne per i suoi personaggi a bordo di una Citroën AX.

Un gruppo strampalato di metallari che – restati in panne – sgranocchiano patatine, giocano con un pupazzetto di gomma a forma di dinosauro e ascoltano canti come i Carmina Burana o hits dei più noti gruppi musicali di hard e heavy metal. Scorpions e Iron Maiden su tutti. Quasi vagabondi gli interpreti di Quesne suonano a loro volta chitarre e flauti immersi in quello spazio innevato e invernale dove la loro auto è arrivata e si è fermata.

L’aiuto per cercare di risolvere l’obbligata sosta arriva da una donna (Isabelle Angotti). Qualcuno dice sia Biancaneve. Pretesto per una metafora e un’osservazione sul mondo dell’intrattenimento. La citroen si trasforma in realtà in un mezzo per trainare ora uno schermo, ora un’installazione di parrucche, ora un luogo dove far musica.

Quando il personaggio femminile – quanto di più distante per vestiti di scena ci sia dall’immaginario lezioso di Biancaneve – chiede ai componenti del gruppo che cosa facciano, essi rispondono un parco a tema. In effetti le caratteristiche ci sono tutte. Una specie di cinema, cibo spazzatura, giocattolini, luci e fumi di scena, sci da provare in un viaggio di continui svelamenti, intrecci e riferimenti multimediali.

Un costante incanto artificiale contrapposto ad un altro a rappresentare la magia di un tempo sospeso, in questo caso, in un bosco. Quasi a dire che acqua, ghiaccio, vita, incontri reali, oggetti e installazioni nate dall’intelletto/animo di persone in carne e ossa restano le vere meraviglie. C’è anche una società consumistica. Dell’apparire, del cibo spazzatura. Forse finanche una riflessione sul senso di certe installazioni contemporanee. Chissà.

Che cosa c’è di più finto e di più vero di una parrucca verrebbe da chiedersi, in fondo. C’è qualcosa che ricorda Andy Warhol e qualcosa di lontano. Lirismo ambiguo di un universo straordinario. Un mondo da osservare sotto la lente di occhi diversi. Al pubblico la scelta se serbare uno sguardo candido oppure no.

Alessandra Moscheri

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