Verso l’Identità inquieta

Verso l’Identità inquieta

Aprile 13, 2020 0 Di Redazione

Un percorso tra arte e fragilità mentale nella storia e nel presente

di Alessandro Gazzotti
responsabile delle collezioni artistiche
dei Musei Civici di Reggio Emilia

La relazione tra creatività artistica e fragilità mentale è stata al centro della riflessione non solo nell’ambito delle poetiche dei movimenti e della storia dell’arte, ma anche della psichiatria e della psicoanalisi ed è stata ampiamente indagata e analizzata alla ricerca di un nocciolo comune che giustifichi, quando accade, l’identità di queste due condizioni in un’unico evento creativo.

Gli artisti delle avanguardie, alla ricerca di un linguaggio che rompesse con le tradizioni occidentali e recuperasse una autenticità e una purezza formale e spirituale del tutto nuove, si rivolgevano a produzioni cosiddette “altre”, come i disegni infantili, le opere delle culture “primitive” e le espressioni artistiche realizzate negli istituti psichiatrici, già oggetto di studio e di pubblicazioni almeno dalla metà dell’ottocento. Celebre l’esempio della mostra Dada di Colonia del 1919, organizzata dal giovane Max Ernst, dove oltre alle opere Dada erano esposte opere di malati mentali e produzioni che oggi definiremmo, nel solco di Jean Dubuffet, di art brut, prodotte da autodidatti, artisti non professionisti, figure marginali rispetto alla scena culturale. Prendendo le mosse da Dada, il surrealismo attinge in modo sistematico dal consolidarsi delle teorie psicoanalitiche e ne ricava vere e proprie metodologie creative e percettive.

Allo stesso tempo le produzioni artistiche dei pazienti degli istituti psichiatrici iniziano ad essere considerate strumenti per l’interpretazione della malattia, e si stabilizzano i tentativi di utilizzare le arti come vere e proprie forme terapeutiche. Inizia anche la “musealizzazione” di questo tipo di produzione che inizia grazie anche all’opera di psichiatri innovatori quali Hans Prinzhorn, Walter Morgenthaler, Auguste Marie.

Nell’ospedale psichiatrico di San Lazzaro, già nel 1878 era attiva una scuola di disegno dedicata ai ricoverati delle famiglie più abbienti; da allora il patrimonio dell’archivio dell’istituto ha raggiunto una tale dimensione da rivaleggiare, per la quantità ma anche per la qualità del materiale prodotto, con le grandi collezioni di art brut internazionale. Già una mostra e un catalogo, nel 2005, avevano mostrato le grandi potenzialità di questo archivio: con Le mura di carta: opere dei ricoverati dell’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia 1895-1985, a cura di Sebastiano Ranchetti in cui una vasta selezione veniva per la prima volta esposta al pubblico nella sua complessità, affiancando alle opere, esposte nella loro testualità, le cartelle cliniche dei pazienti. La mostra raccontava anche, in modo paradigmatico, la vitalità e l’opera di una istituzione fino alla sua chiusura e delle trasformazioni storiche e culturali ad esse associate.

Marco Manfredini, Hipstamatic for San Lazzaro, Visione forzata 5, 2011, Collezione di Fotografia Europea

Partendo da queste premesse, Giorgio Bedoni, psichiatra e psicoterapeuta, curatore e docente dell’Accademia di Belle Arti di Brera, ha progettato una mostra dal titolo “L’identità inquieta”, che pone in relazione questo archivio con le esperienze italiane e internazionali che hanno attraversato il Novecento fino ai giorni nostri: non solo le espressioni della storia dell’arte “ufficiale”, dalle avanguardie storiche fino alle esperienze strettamente contemporanee, ma anche tutte quelle proposte che si sono consolidate nel corso del secolo scorso e che hanno avuto diverse definizioni: art brut, outsider art, arte naif. Non solo dunque opere di pazienti psichiatrici, ma creazioni nate al di fuori dei percorsi ortodossi. Tutte le esperienze citate si sono nutrite, in maniera più o meno consapevole, l’una dell’altra generando quello che oggi è a tutti gli effetti un campo di interesse e di contaminazioni feconde dei linguaggi per chi si occupa di arti visive.

Il tema dell’identità, scelto da Giorgio Bedoni come elemento unificante di tutte queste esperienze, è declinato attraverso tre “stanze”: il volto, che il curatore definisce “metamorfico”, in quanto espressione delle infinite varietà dell’identità; la cartografia, tematica densa di significati e che rappresenta uno dei luoghi d’elezione della produzione visiva degli autori outsder, alla costante ricerca di una definizione dello spazio e di rappresentazioni autenticamente visionarie ; infine l’ossessione e la ripetizione, stanza in cui, secondo le parole del curatore, “le opere sono il risultato di un rapporto estenuante con linguaggi che vivono di ripetizioni ipnotiche e ossessive”. Sarà dato inoltre uno spazio di approfondimento a realtà fondamentale per il nostro territorio come Cesare Zavattini, che ebbe un ruolo di primo piano nel riconoscimento e nella diffusione di forme d’arte eterodossa, e di Antonio Ligabue; sarà stabilito inoltre un collegamento con l’esposizione della Collezione Menozzi custodita presso la Biblioteca Panizzi.

La mostra dunque ambisce a sottrarre il patrimonio del San Lazzaro alla pura documentarietà per proiettarlo in un ambiente culturale più vasto, in cui le finalità produttive sono subordinate all’effettività dell’opera e alla sua capacità di creare significato e relazioni. Una novità con la quale questa mostra si presenta è che vuole mantenere acceso l’interesse sull’aspetto vitale e produttivo delle situazioni di maggiore fragilità, campo in cui Reggio ha avviato diverse sperimentazioni di notevole importanza. L’ideazione del progetto espositivo si vuole proporre come un vero e proprio processo, in cui il punto di vista “inquieto” sarà tradotto e comunicato coinvolgendo realtà come Art Factory e Semi liberi che lavorano con persone fragili e che produrranno, attraverso workshop mediati da professionisti del settore, immagini, parole, visioni e progetti da applicare al percorso.

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