Il ritorno dei Settore Out

Il ritorno dei Settore Out

Aprile 29, 2020 0 Di Redazione

Chi si rivede… dopo venticinque anni. Tornano i Settore Out, gruppo rock di Melegnano e Vizzolo Predabissi che fra gli anni Ottanta e Novanta era entrato nel plotone guida del nuovo rock italiano, che in realtà è sempre nuovo, perchè sempre si differisce da quel che è venuto prima. “Cosa resta” è infatti il nuovo brano dei Settore, pubblicato su Youtube e liberamente accessibile da alcune settimane. A seguire ci sarà un album intero, “Fantasmi”, che costituirà il quarto disco del gruppo in circa trentacinque anni di attività: “Città” (1987), “Un’altra volta” (1989), “Il rumore delle idee” (1993) ne sono i precedenti. Curiosa la storia dietro il rilascio solo nel 2020 di questo “Fantasmi” che attendiamo. Il disco in realtà è stato registrato nel 1995 a Firenze, e doveva essere il successore diretto de “Il rumore delle idee”, l’album meglio prodotto dei Settore (c’era Gianni Maroccolo al banco, nda) e il primo a distribuzione Emi.  Ma all’epoca non uscì. I quattro componenti del gruppo che sono coinvolti nelle session allo studio fiorentino Larione 10 (Evasio Muraro voce e chitarre; Daniele Denti chitarre; Davide Boerchio basso; Fabio Stucchi batteria; ospiti Omar Pedrini ed Enrico Ghedi dei Timoria) per mille traversìe hanno tenuto nel cassetto, o meglio nel pc, le registrazioni, trovandosi ora,  un quarto di secolo dopo, a decidere la pubblicazione. All’epoca Ottanta-Novanta il gruppo formatosi attorno ad un nucleo di Vizzolo-Melegnano aveva avuto un’interessante ascesa della italo-wave che si stava rinnovando rispetto a quello degli anni Settanta: questi ultimi erano stati quelli del “barocco”, del sinfonico, del progressivo, delle suite interminabili piene di parentesi strumentali e avvistamenti cosmici. Gli anni Ottanta tornarono, per l’ineluttabile legge dei corsi e ricorsi, a volere una musica diretta: da un lato quella sinceramente insalvabile dell’epoca dei “paninari”, dall’altro il ben più dignitoso rock indipendente, che anzichè agli elefanti tipo Pink Floyd o Jethro Tull guardava ai più “lineari” Clash, Talking Heads, Tuxedomoon, Joy Division e compagnia. Il Settore melegnanese si situava, anzi a dire il vero si situa, in questo orizzonte. Vennero indicati come portatori di uno stile a metà tra i cantautori e il rock: meno gruppo, meno collettivo dei primi Litfiba per dire, ma più “autori”, più
raffinati nell’abbinata musica-testo. Alcuni dischi soffrirono di una produzione veramente pessima (“Un’altra Volta”, con le chitarre praticamente a “emissioni zero”), ma le idee e la capacità di cucire melodie c’erano tutte. “Cosa resta” dà l’occasione di
(ri)scoprirle.

Emanuele Dolcini

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