Il realismo terminale dieci anni fa teorizzava la “pandemia degli oggetti”

Il realismo terminale dieci anni fa teorizzava la “pandemia degli oggetti”

Novembre 14, 2020 0 Di Redazione

L’ultima edizione di BookCity Milano, evidentemente svoltasi online come metà della cultura e dello spettacolo in questo anno quasi concluso, ha reso omaggio con un evento streaming al primo decennale del movimento del “realismo terminale”, corrente poetica, letteraria e artistica che ha come ideatore il poeta melegnanese Guido Oldani. “Il realismo terminale”, un libro di 43 pagine con copertina verde edito per Mursia Milano, veniva stampato a metà 2010. Quelle dense paginette avevano un nucleo centrale costituito (pag.5) dall’idea che “il realismo terminale si appalesa nel terzo millennio, conseguentemente al fatto che la popolazione del mondo si è trasferita in maggioranza nelle metropoli (pandemie abitative). Avviene così una mutazione antropologica che rivoluziona le modalità della percezione. In questa nuova era, la poca natura rimasta nella realtà imita fedelmente gli oggetti divenuti ormai predominanti per quantità e qualità: la distanza fra l’uomo ed essi risulta annullata, cioè insuperabilmente terminale, inducendo all’inversione delle similitudini. Non sono più i prodotti ad assomigliare alla natura, ma viceversa”. In altri termini dieci anni fa Guido Oldani, utilizzando il termine profetico, e allora ben poco di moda, “pandemia”, lanciava la provocazione di dare vita ad una “poesia di cose”: rude, insentimentale e in grado di raccontare il nostro “desiderare di diventare come gli oggetti che possediamo”. All’inizio si era pensato al nome “contusivismo”. Oldani riconosceva che evidentemente l’idea di una oggettivazione dell’uomo, di un suo proiettarsi compulsivo nei consumi dentro metropoli sovraffollate, fosse stata teorizzata da molto pensiero soprattutto ambientalista, socialista, esistenzialista ma ad esempio (pag.30), si può leggere il seguente passo: “ricondurre tutto ad un semplice problema ecologico sarebbe solo un tentativo bigotto di non riconoscere che ciò che accade è il frutto della libera volontà del genere umano”. Impressionante anche rileggere, in quel manifesto “sarebbe interessante vivere fra un secolo in quello che sarà probabilmente un realismo post-oggettuale, frutto dei conti che l’umanità avrà necessariamente saldato nel frattempo con le cose stesse”. Sono passati dieci anni da quando Oldani denunciava la “pandemia” del nostro desiderio smodato di possedere cose e andarle a comperare ovunque nel mondo, facendo viaggiare assieme a quel desiderio virus e malattie di ogni tipo. Il movimento dei “terminalisti” nel frattempo si è allargato ad altri poeti, critici letterari, artisti figurativi e musicisti, dando alle stampe due antologie, “L’occhio di vetro” e “Luci di posizione”. 

Emanuele Dolcini

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