Sara Petrilli, psicologa clinica e accademica, da Vizzolo a Lovanio, da Parigi a Milano

Sara Petrilli, psicologa clinica e accademica, da Vizzolo a Lovanio, da Parigi a Milano

Dicembre 22, 2020 0 Di Redazione

Cosa significa essere psicologa, oggi?

<Dare una definizione, è molto complesso, comprende molti aspetti. Lo psicologo incontra l’altro, mettendosi a confronto con disagi, malesseri e sofferenze. Si tratta di un ascolto “empatico”, entrare in contatto con sue sensazioni e percezioni, soprattutto, in un contesto sociale che ci vede come “strizza-cervelli” (secondo stereotipi). Questo crea mancata volontà di rivolgersi a noi>.

Cosa ti ha dato, nella pratica clinica, la tua esperienza all’estero?

<È un’esperienza che consiglio a tutti gli studenti, sia liceali, sia universitari. Al di là del fatto di essere psicologo, apre la mente ci si confronta con se stessi e con gli altri. Quando si parte per un altro Paese, ci si scontra con una cultura (modi e costumi) diversa dalla propria; ma soprattutto, con delle paure. Tutto ciò appartiene all’universo umano: confrontarsi con un’alterità, che è una forza che va sostenuta, e con la quale interfacciarsi. Ho fatto due esperienze, in Belgio (“Université Catholique” di Lovanio, ndr) e Francia (“Université Paris X – Nanterre”, nella capitale, ndr), dove ho anche sperimentato le mie paure, come entrare in un altro mondo, senza dimenticare il mio punto di vista e modo di sentire ed emozionarsi. Questo è stato il punto di partenza per la mia pratica clinica. In analisi, il paziente e lo psicologo non si conoscono, ci sono due alterità e conflittualità, in gioco. Secondo un approccio investigativo il paziente teme di interfacciarsi davanti a qualcuno che può scoprire qualcosa di intimo, lo psicologo, a sua volta, avrà l’insicurezza di non essere totalmente all’altezza della situazione. Questi meccanismi, si sono manifestati e resi comprensibili, in occasione della mia esperienza all’estero, fermo restando il fatto che l’altro è sempre una ricchezza>.

Riguardo alla tua esperienza universitaria, come “cultrice della materia”?

<Sono entrata in università come cultrice della materia (assistente universitaria, “Università Cattolica del Sacro Cuore” di Milano, ndr), due anni fa. Il contesto è particolare e porta con sé nuove persone, prestando servizi a studenti, non molto più giovani di me. Consiglio loro di interiorizzare quanto studiano. Incontrare il paziente, è incontrare un’esperienza e l’umano, al quale bisogna dare valore. Sebbene gli studenti abbiano incertezze riguardo al futuro, questo è uno spunto per costruire una via più chiara. Come futuri professionisti, questi giovani danno degli input, per dare del proprio meglio. Il mestiere dello psicologo non è “strutturato”, non abbiamo scelto una facoltà precostituita. A partire da questo, “si gioca” il nostro essere noi stessi, con la voglia di incontrare l’altro, senza la pretesa di circoscriverlo entro schemi rigidi. Tutto ciò mi rende appagata, sia sul piano universitario, sia lavorativo>.

Cos’ha comportato il Covid, nella vita delle persone?

<La richiesta è aumentata, in quanto lo psicologo viene visto come un “aiuto in più”, per via della sofferenza psicologica che questa pandemia ha incrementato. Se si parla di psicologi, non si può fare a meno di considerare gli stereotipi e le reticenze, legate a questa figura professionale. Negli Usa, tutti si rivolgono a noi, per vari tipi di disagio, questo sottolinea l’affermazione di questa figura. Ad ogni modo, anche in Italia, la situazione dovrebbe migliorare>.

Stefano Chiesa

Condividi